Commentary on Political Economy

Saturday, 2 April 2022

 

Ucraina, il cambio di passo degli Usa sulle armi: un’operazione discreta, per adeguarsi al conflitto

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diMassimo Gaggi

L’Ucraina ha sorpreso un mese fa non solo Putin ma anche Europa e Stati Uniti con la sua resistenza. E li ha sorpresi di nuovo, nella quinta settimana di guerra, con la capacità di contrattaccare

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NEW YORK — L’Ucraina ha sorpreso un mese fa non solo Putin ma anche Europa e Stati Uniti con la sua resistenza. E li ha sorpresi di nuovo, nella quinta settimana di guerra, con la capacità di contrattaccare. La decisione di Joe Biden e di altri alleati (per ora inglesi e australiani) di cominciare a far affluire nel Paese aggredito dai russi non più solo armi difensive e leggere, ma anche sistemi più pesanti e potenzialmente offensivi (carri armati di fabbricazione russa acquistati da nazioni ancora non identificate, pezzi di artiglieria a lungo raggio, autoblindo Bushmaster capaci di resistere alle mine) non è un cambio di strategia, ma un adeguamento alle mutate condizioni del conflitto. Ci si era preparati a sostenere con armi come i razzi anticarro portatili Javelin un esercito incapace di affrontare le armate russe in campo aperto e, quindi, costretto alla guerriglia urbana. Ora, invece, il problema è quello di sostenere i soldati di Zelensky che hanno riconquistato territori e città perdute al nord e vogliono tentare la controffensiva anche a est, nel Donbass.

Certo, questo può spingere il dittatore russo a una reazione più aggressiva o a chiedere con maggiore insistenza il sostegno militare della Cina, col rischio di rendere ancora più problematico un confronto tra Washington e Pechino già molto teso. Ma qual è l’alternativa? Fino a pochi giorni fa gli analisti puntavano su uno scenario di congelamento del conflitto con Putin che, compreso di non poter arrivare a Kiev, dichiarava chiusa con successo la prima fase delle sue operazioni militari con l’avanzata nelle aree sudorientali russofone, fino alla Crimea. Dunque un leader russo costretto a rinunciare alle sue ambizioni imperiali e indebolito dalle sanzioni, ma non battuto né costretto ad assumersi la responsabilità morale ed economica della distruzione di un’intera nazione. Con Europa e Stati Uniti impegnati a ricostruire un’Ucraina sempre a portata di artiglierie e missili da crociera russi.

Ma Putin, chiuso da anni nella bolla del Cremlino, ha commesso anche un altro errore di valutazione: non è stato informato dai suoi generali della reale forza della ex Armata Rossa e non si è reso conto che in un sistema politico corrotto, nel quale gli unici punti di forza sono l’estrazione di combustibili fossili e l’industria bellica, stava mandando a morire ragazzi ventenni non solo impreparati alla guerra, ma anche dotati di armi scadenti o, addirittura, avariate. Il cambio di passo americano sui carri armati può apparire una svolta rispetto al «no» di tre settimane fa della Casa Bianca alla cessione dei Mig-29 polacchi all’Ucraina. Quell’operazione fu concepita però in un momento strategicamente diverso e fu annunciata dal governo di Varsavia come una sfida aperta a Putin.

L’operazione dei tank viene varata oggi in modo molto discreto, collegando la fornitura di quantitativi probabilmente limitati di armi offensive alle reali possibilità di riconquistare territori occupati dai russi che uno Zelensky sempre più adirato con l’Occidente ritiene di avere. Si tratta, ovviamente, di calcoli molto rischiosi e di operazioni dall’esito incerto, visto che l’esercito russo si sta riorganizzando. Ma dietro le quinte si muove anche altro: le sanzioni tecnologiche e il blocco di ogni fornitura ad aziende elettroniche dalle quali dipende il funzionamento degli apparati digitali delle forze armate e quelli della produzione di energia — misure varate nei giorni scorsi da Washington senza trovare grande rilievo sulla stampa — puntano a compromettere l’efficienza del dispositivo bellico e dell’industria estrattiva russa.

Non è detto che l’obiettivo venga centrato o che i risultati arrivino in tempi brevi, ma se si vuole indebolire Putin è meglio non illudersi che basti punire gli oligarchi sequestrando i loro panfili. Nel Cremlino, l’unico contropotere possibile è quello del suo stesso gruppo dirigente fatto di capi militari e dei servizi segreti. Fin qui ha appoggiato Putin, ma se si convince che la sua guerra sta minando gli unici due punti di forza della Russia — energia e apparato bellico — le cose potrebbero cambiare.

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