Commentary on Political Economy

Friday, 14 April 2023

TREMONTI, VISIONARY OF THE PAST.

 

Il ruolo antico della Polonia nel nuovo futuro dell’Europa

Caro direttore, prima è stato il discorso detto all’Università di Praga dal Cancelliere tedesco Scholz, poi il discorso detto all’Università di Heidelberg dal primo Ministro polacco Morawiecki, e forse non è un caso che oggi tratti importanti del percorso dell’Europa abbiano a passare proprio dalle sue antiche università. Il discorso di Heidelberg è sviluppato in due parti. La prima è in favore della tradizione, in alternativa ai passati decenni dell’«utopia tecnocratica» e della «turbointegrazione» imposte da Bruxelles. La seconda è rivolta al futuro e mirata all’ipotesi che a fianco della Nato si sviluppi una difesa comune europea e con questa una politica europea.

Cominciamo dalla prima, dal discorso sulla tradizione. Qui c’è in effetti un po’ di enfasi contro Bruxelles, ma davvero si pensa che la tradizione possa essere liquidata con l’accusa di «sovranismo»? Davvero si pensa che l’Europa, fondata dai grandi e dagli eroi, possa essere guidata dalle elite e dai tecnici? Davvero si pensa che il sistema europeo possa reggersi, mentre perde l’anima o ne divorzia, nuotando nel liquido della finanza? Davvero si pensa che in perpetuo si possa amare un grande mercato? Davvero si pensa che per unire i cuori sia sufficiente unire i portafogli, senza offrire dignità al lavoro? Davvero si pensa che la civiltà del passato, e con questa la tradizione, possano essere rimosse con le leggi di una modernità di costumi che altera la base del Welfare State («dalla culla alla tomba») facendo saltare, con poche culle, le pensioni e la sanità pubblica?

E, dunque, la domanda: perchè l’Europa ci si presenta oggi come l’«Angelus novus» di Klee, come la figura che avanza con la testa rivolta all’indietro, padrona del suo passato ma non del suo futuro? Perché tutto questo? Cosa ci è successo?

È che dell’Europa è stato tradito nella sostanza e nello spirito il modello originario glorificato nelle nostre cattedrali ed elaborato nelle nostre antiche università, il modello da cui dopo la guerra la nostra storia ha avuto un nuovo inizio, con il Trattato di Roma del 1957 basato su di un mirabile equilibrio tra Stati nazionali e nuova Comunità europea e fatto in modo che la foresta «non fosse così fitta da impedire la visione dell’albero» (Adenauer).

E poi la seconda parte, sul futuro dell’Europa. L’applicata follia bellica di Putin, l’ultima auto-dichiarata vittima del crollo ha fatto svanire anche l’idea opposta, l’idea di una possibile integrazione paneuropea, dall’Europa verso la Russia. Un progetto bloccato in tempo reale con l’attentato ad Alfred Herrhausen, il banchiere capo di Deutsche Bank che, appena un mese dopo la caduta del muro, saltò in aria con la sua Mercedes mentre era in procinto di volare a New York per illustrarvi l’intervista appena rilasciata al Wall Street Journal sul disegno di un asse strategico Berlino-Mosca. Un asse in effetti pericoloso: «se le due potenze (Germania e Russia) si integrassero economicamente intrecciando rapporti più stretti si verrebbe a creare il pericolo della loro egemonia» (Kissinger, Welt am Sonntag, 13 maggio 1992). Un rapporto, quello tra Europa e Russia, che per decenni è stato comunque centrale nel disegno geopolitico dell’Europa, da ultimo con i «gasdotti».

Ed è così che si arriva al punto essenziale: la guerra in Ucraina non è solo una guerra, è una svolta nella storia dell’Europa. Ed è per questo che oggi l’Europa, confidando in se stessa, deve cercare un suo nuovo e diverso destino. E chi temeva che in questo scenario la Polonia restasse prigioniera del suo tragico e sofferto passato, o che avanzasse nell’archeo futurismo del mitico «trimarium», viene oggi smentito.

Quello di Heidelberg è infatti un discorso straordinario, insieme nazionale ed europeo, un discorso che non per caso si chiude con la formula «Europe great again!». E del resto non è per caso, ma pour cause, che un grande discorso sull’Europa oggi venga dalla Polonia, un luogo che nell’ ‘800 è stato simbolico ed eroico, con la «primavera dei popoli», un luogo che poi è stato la patria di Karol Wojtyla.

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