Commentary on Political Economy

Monday 4 December 2023

ANOTHER FABULOUS PIECE BY RAMPINI AT CORRIERE

 

Cresce il senso d’insicurezza: sostenere che i crimini sono in calo favorisce i populismi

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04 dicembre 2023

L’atteggiamento dell’establishment, quando usa le statistiche per dimostrare che il popolo ha torto, è una ricetta sicura per alimentare la diffidenza contro le élite, e portare voti ai populismi

«La criminalità non aumenta, anzi scende, lo dicono le statistiche». «L’epidemia di furti nei negozi è un’invenzione». È facile imbattersi in titoli di questo tipo, sui media americani che possiamo catalogare come progressisti e quindi vicini all’Amministrazione Biden. Il messaggio implicito: la sensazione d’insicurezza è pura paranoia, l’emergenza reati e i problemi dell’ordine pubblico vengono ingigantiti senza alcun aggancio con la situazione reale.

Questo tipo di «smentite», che vogliono contrastare la propaganda dei politici di destra sul lassismo della magistratura e l’impotenza delle forze dell’ordine, fanno il paio con ciò che accade a Joe Biden nei suoi comizi in giro per il Paese quando parla di economia. Il presidente annuncia agli elettori la buona novella: l’economia americana scoppia di salute, l’inflazione è quasi sconfitta; per quanto lui ripeta questo messaggio, nei sondaggi il carovita continua a primeggiare tra le ragioni di sfiducia e pessimismo nella popolazione. Chi ha ragione? Sulla criminalità il divario tra la versione ufficiale e la percezione dei cittadini continua ad allargarsi.

L’ultimo rapporto dell’Fbi, pubblicato a ottobre, descriveva un calo dei crimini violenti nell’anno 2022, tornati così a livelli pre-pandemici. Eppure a novembre un sondaggio Gallup ha rivelato che il 63% degli americani adulti considera «la situazione del crimine negli Stati Uniti molto grave». È’ un record storico negativo (il sondaggio). Come ha osservato Josh Zumbrun sul Wall Street Journal, ci sono tre possibili spiegazioni. La prima è che i dati ufficiali dell’Fbi sono sbagliati. La seconda, che la percezione dei cittadini è negativa senza motivo. La terza, è che la gente subisce effettivamente più reati, ma questi sfuggono alle statistiche.

Un’occhiata al modo in cui vengono confezionati i dati ufficiali avalla questa terza spiegazione. Nella categoria «crimini violenti» l’Fbi rileva soltanto omicidi, stupri, rapina a mano armata con aggressione fisica violenta. Molti altri reati quindi sfuggono a questa rilevazione. Inoltre i raffronti anno su anno perdono di vista l’evoluzione su tempi più lunghi: per esempio, è vero che gli omicidi sono scesi nel 2022 rispetto al 2021, ma restano del 43% più alti che nel 2014. Gran parte dei miglioramenti nella sicurezza e nell’ordine pubblico conquistati negli anni Novanta, sono andati distrutti nel periodo più recente. Infine c’è un fenomeno ben noto in tutti i Paesi del mondo, che inficia le statistiche ufficiali: questi dati si basano sulle denunce alla polizia, che quasi sempre sottovalutano l’entità e la frequenza dei reati. In particolare, più cresce la delinquenza e meno le denunce sono un indicatore attendibile.

È un fenomeno comprensibile, perché con l’aumento della criminalità scende la fiducia nella polizia e nella giustizia, per cui molti reati non vengono neppure denunciati. Questa non è un’ipotesi, è una realtà confermata da altre indagini. Compresa quella dello stesso Dipartimento di Giustizia Usa, che effettua una sua inchiesta parallela chiamata National Crime Victimization Survey. L’ultima di queste indagini ha rivelato che solo il 40% dei crimini violenti perpetrati nel 2022 sono stati denunciati alla polizia. In quell’anno le vittime di reati violenti sono aumentate del 42% rispetto al 2021, ma le denunce sono cresciute solo del 29%. Se tu pensi che non serve a niente denunciare un criminale, perché la polizia non lo arresta oppure perché la magistratura lo rimette in libertà subito, perché dovresti sottoporti alla perdita di tempo, allo stress psicologico e a tutti gli altri rischi, andando a perdere ore del tuo tempo in un commissariato?

C’è poi un altro problema. Nella percezione d’insicurezza, non contano solo i reati violenti. Nel sondaggio Gallup del novembre 2023, il 28% degli intervistati dichiarano che la propria famiglia ha subito un crimine, in forte aumento (+20%) rispetto al 2020; non tutti questi reati sono violenti secondo la definizione restrittiva che ne dà l’Fbi. Tra le tipologie in forte aumento: furti di automobile a mano armata, razzie nei supermercati, drugstore e grandi magazzini. Anche su quest’ultima tipologia di reati, i furti sistematici o i saccheggi di gang organizzate ai danni della grande distribuzione, è facile trovare sui media una contro-narrazione: chi vuole screditare il tema dell’insicurezza sostiene che sono leggende metropolitane, ingigantite ben oltre la portata del fenomeno. Ma una recente inchiesta del Jay College of Criminal Justice ha dimostrato che nella sola città di New York i furti e razzìe nella grande distribuzione sono passati da 31.000 nel 2014 a 54.000 nel 2022.

Chi cerca in qualsiasi modo di minimizzare, li mette nella categoria dei «reati contro la proprietà», come se questo ne sminuisse la gravità. Sottinteso: in fondo chi ruba in un supermercato danneggia una grande azienda, abbastanza ricca da poter sostenere le perdite. Questa indulgenza sottovaluta altri aspetti: furti e saccheggi creano un clima d’insicurezza fra i clienti onesti che assistono a questi reati; creano uno stress psicologico grave nei dipendenti, alcuni dei quali subiscono minacce di violenze fisiche oltre all’umiliazione; infine il costo economico non lo sopporta affatto l’azienda della grande distribuzione bensì la clientela che dovrà pagare prezzi superiori per «compensare» le perdite da furti. Non è un caso se di recente l’epidemia di razzìe e saccheggi ha scatenato vertenze sindacali da parte dei dipendenti della grande distribuzione, che si sentono abbandonati alla mercè dei delinquenti. Anche in questo caso, le statistiche sulle denunce sono bugiarde.

Poiché in molte giurisdizioni (dalla California a New York) i furti sono stati depenalizzati sotto un certo valore (950 dollari per la California), ed è invalso il principio che «rubano i poveri, per cui è un problema sociale non giudiziario», le aziende della grande distribuzione ne denunciano una minima parte. Non hanno alcun interesse a sopportare i costi delle procedure giudiziarie, se si concludono con l’assoluzione o il rilascio in libertà dei ladri. Il californiano o il newyorchese medio è ormai abituato allo spettacolo di drugstore dove perfino i dentrifici sono ingabbiati in armadietti di plastica con la serratura, per comprarli bisogna suonare un campanello e chiamare un commesso; è abituato a vedere bande di giovani che si servono ed escono senza passare alla cassa; deve subire la beffa ulteriore di sentirsi definire un bugiardo dagli esperti che maneggiano statistiche di comodo. Lo stesso vale per gli abitanti di quei quartieri assediati dalla delinquenza, che vedono fallire e chiudere molti negozi: anche questi centri di distribuzione non denunceranno più furti, visto che sono scomparsi. La loro bancarotta accentua il senso di degrado di alcuni quartieri popolari.

Ma «le statistiche» danno torto all’insicurezza della gente. La percezione sull’economia è analoga. Tutti i sondaggi dicono che l’impopolarità di Biden si spiega anzitutto con lo stato dell’economia americana: non solo fra elettori repubblicani, perfino tra i democratici prevalgono insoddisfazione e sfiducia. Il premio Nobel dell’Economia Paul Krugman, opinionista di sinistra che scrive editoriali sul New York Times, da tempo ha una sua risposta: l’economia va benissimo, è la gente che non capisce. Ora si è aggiunta la voce di un altro economista, egualmente autorevole e altrettanto ideologizzato: Adam Tooze nella sua newsletter sostiene che «gli intervistati nei sondaggi danno risposte sbagliate, perché prevale in loro la volontà di segnalare affiliazioni politiche e tribali». Di nuovo: il popolo sbaglia, non si rende conto che sta bene, siamo noi esperti a doverglielo spiegare.

Viene in mente la celebre battuta del drammaturgo tedesco Bertolt Brecht, che era un comunista convinto ma sapeva ironizzare sui difetti dei capi comunisti: «Il Comitato centrale ha deciso: poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo». Nel caso specifico dell’economia americana, il punto dolente è il costo della vita. Biden si affanna a dire che l’inflazione è sotto controllo, sta diminuendo, è scesa sotto il 4% (dopo aver toccato una punta del 10%) e in un futuro non troppo lontano potrebbe tornare al livello più fisiologico e sopportabile del 2% annuo. Vero, ma il problema che assilla la popolazione è un altro. C’è stato, a cavallo della pandemia e subito dopo, uno shock formidabile sui prezzi, un rialzo che ha decurtato il potere d’acquisto. Dire che l’inflazione rallenta, significa parlare d’altro: l’affermazione è corretta e tuttavia ci dice solo che i prezzi hanno smesso di aumentare alla velocità di prima. Non vuol dire che i prezzi sono tornati al punto di partenza. Quindi tante famiglie sentono la morsa del carovita, benché il carovita abbia cessato di aggravarsi di mese in mese. Krugman e Tooze li accusano di essere dei bugiardi perché i consumi degli americani sono vivaci. Pure questo significa parlare d’altro.

I redditi della maggioranza delle famiglie americane hanno avuto un forte sostegno dagli aiuti pubblici durante la pandemia. I salari hanno avuto aumenti reali, sia nelle categorie sindacalizzate sia in quelle non sindacalizzate. Non siamo in una situazione di impoverimento di massa, tutt’altro. Resta che la preoccupazione per gli alti prezzi è fondata, ha solidi agganci nella realtà. L’atteggiamento dell’establishment, quando usa le statistiche per dimostrare che il popolo ha torto, è una ricetta sicura per alimentare la diffidenza contro le élite, e portare voti ai populismi. Il populismo non è una peste bubbonica trasmessa da qualche germe, è il frutto di errori che si continuano a ripetere.

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