Commentary on Political Economy

Sunday 3 December 2023

 

Il ventunesimo non sarà il «secolo cinese»

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01 dicembre 2023
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Declino demografico e produttività stagnante sono le due ombre che, dopo quarant’anni di crescita, possono ostacolare un nuovo sviluppo del gigante asiatico

Contrordine: questo non sarà «il secolo cinese». Per anni si è detto e scritto: così come il Novecento è stato il secolo americano, i primi cento anni del terzo millennio saranno sotto il segno della Cina. Si era convinti che il Prodotto interno lordo del Paese avrebbe superato quello degli Stati Uniti entro questo decennio. Non succederà e non è detto che accada dopo. Il gigante asiatico ha infilato quarant’anni di crescita mai vista nella storia, per dimensioni e velocità, e in termini di parità di potere d’acquisto è già la prima economia del pianeta: ora il fenomeno è alla fine. È un cambio di stagione che toglie credibilità all’obiettivo di Pechino di estendere la propria egemonia in Asia e nel mondo. Una realtà della quale si parla poco ma che influenza le scelte di Xi Jinping ed è destinata a incidere straordinariamente sul futuro.

Misurato in dollari, il Pil nominale cinese era, a fine 2022, il 18,5% di quello globale, contro il 25,3% di quello americano. Nel 2010, le previsioni più accreditate del «sorpasso» indicavano la fine degli Anni Venti del nostro secolo. Il settimanale Economist si era addirittura avventurato a fissare il 2019 come l’anno fatale. Ora, lo slancio cinese viene ridimensionato. Il centro di ricerca londinese Cebr ha rivisto la sua previsione e ha spostato il superamento dal 2028 al 2036. L’Economist Intelligence Unit l’ha posticipato dal 2026 al 2032 e poi al 2039. Un numero non piccolo di economisti dubita che l’economia della Cina possa mai superare quella degli Stati Uniti e, anche se dovesse accadere, il suo primato durerebbe poco, ci sarebbe poi un controsorpasso. Le ragioni di fondo sono due.

La prima è la demografia. Già quest’anno, la popolazione cinese ha iniziato a ridursi e, via via che passerà il tempo, il calo sarà imponente. È un campo nel quale le previsioni possono non essere precise, fatto sta che, al momento, lo scenario di base delle Nazioni Unite prevede che nel 2100 i cinesi saranno poco più di 766 milioni, quasi dimezzati rispetto al miliardo e quattrocento milioni di oggi. L’Accademia di Scienze Sociali di Shanghai immagina addirittura una caduta possibile a 587 milioni a fine secolo. Un crollo straordinario. Già nei prossimi Anni Trenta, i cinesi in età da lavoro (15-64 anni) diminuiranno di cento milioni, secondo l’Onu: se la Cina non sorpasserà gli Usa nel prossimo decennio, non riuscirà mai a farlo. La crescita demografica è uno dei motori della crescita economica: se c’è una contrazione del numero di abitanti e di lavoratori, l’economia non corre.

La seconda ragione è che in Cina rallenta l’aumento della produttività del lavoro, cioè della seconda gamba della crescita. E le politiche messe in atto da Xi stanno peggiorando la situazione: hanno riportato le leve dell’economia sotto il controllo del Partito Comunista e annichiliscono il grande potenziale di iniziativa privata dei cinesi. Oltre a problemi di bolla immobiliare che si sta sgonfiando, di autorità locali indebitate, di settore finanziario informale fuori controllo, di disoccupazione giovanile sopra al 20%, Pechino inizia a registrare un taglio degli investimenti dall’estero, negativi per 12 miliardi di dollari nel terzo trimestre del 2023. A Pechino, cambi di politiche e riforme capaci di mutare queste tendenze non sono in vista.

La combinazione di inverno demografico e produttività stagnante è destinata a diventare una camicia di forza per l’attività produttiva. Uno dei centri di studio meno pessimisti sulla Cina, il britannico Cebr, prevede che il sorpasso sugli Usa potrebbe avvenire nel 2036 ma durare solo una ventina d’anni. Poi, il Pil cinese sarebbe di nuovo sorpassato da quello americano — negli Stati Uniti aumenteranno gli abitanti da 334 a 433 milioni entro fine secolo e la produttività continuerà a crescere — e anche da quello dell’India. Le ipotesi del Cebr al 2100 sono spettacolari: il Pil degli Usa sarà del 45% maggiore di quello della Cina ma al primo posto ci sarà l’India, la cui economia è prevista del 90% più grande di quella cinese e del 30% di quella americana.

Per quanto imprecisi possano essere questi scenari, la tendenza è chiara: il Ventunesimo non sarà il «secolo cinese».

Xi Jinping e il Partito Comunista sono più che avvertiti di questa realtà. Ci sono due modi in cui possono reagire. Tornando ad aprire l’economia cinese al mondo e cercando di attrarre investimenti e competenze dall’estero. È l’approccio che Xi ha tenuto, a parole, a San Francisco quando ha incontrato i maggiori boss delle multinazionali americane e li ha invitati a investire nel suo Paese. Senza però promettere alcuna riforma o il minimo cambiamento dell’atteggiamento anti-business che ha assunto da quando è il leader assoluto (dal 2012). Il secondo modo, invece, potrebbe essere dettato dalla fretta di Xi di raggiungere gli obiettivi che considera irrinunciabili prima che il declino demografico ed economico prenda il sopravvento. Appoggiando di fatto chi porta guerre e mette in difficoltà l’Occidente, come Putin, Hamas, gli ayatollah iraniani. E aumentando la pressione per prendere il controllo di Taiwan, passaggio ritenuto la chiave per il rinascimento cinese dopo il «secolo dell’umiliazione» (da metà Ottocento a metà Novecento) ad opera delle potenze coloniali europee.

Xi Jinping dovrà scegliere quale strada imboccare: il declino della Cina promette di essere formidabile come lo è stato il boom degli scorsi quarant’anni.

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