Commentary on Political Economy

Monday 8 April 2024

FEDERICO IL GRANDE!

 

Perché dovremmo difenderci, se nessuno ci minaccia?

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08 aprile 2024

Oggi la difesa europea è minuscola e del tutto dipendente da quella americana, aspettando lo "choc Trump" che potrebbe costringere ad aprire gli occhi e ad affrontare discorsi ormai ineludibili

Perché mai dovremmo difenderci? Da quale pericolo, se nessuno ci sta minacciando? È questo il vero interrogativo a cui bisogna rispondere. È il non-detto, la convinzione implicita e diffusa, per cui tutti i discorsi sulla «difesa comune europea» cadono nel vuoto, coinvolgono solo pochi addetti ai lavori, e restano largamente impopolari.

«Nessuno ce l’ha con noi», è un’opinione corrente e forse maggioritaria in Italia, anche se ha diverse origini e giustificazioni. C’è chi pensa che la Russia di Putin è dalla parte della ragione, è stata provocata dall’America guerrafondaia e dalla malvagia Nato. C’è chi invece ritiene che Putin sia un imperialista aggressivo, ma che il pericolo russo riguarda solo i suoi vicini come l’Ucraina e la Georgia, eventualmente un giorno la Polonia e il Paesi Baltici. L’Italia è ben lontana dai confini russi: perché l’espansionismo di Mosca ci dovrebbe riguardare?

Una terza versione, per brevità la identifico con papa Francesco, dice una cosa diversa: più ci si arma più ci saranno guerre, bisogna invertire la tendenza e abbracciare il disarmo (non dice come convincerebbe al disarmo Putin, Xi Jinping, o gli ayatollah iraniani, ma resta una posizione ben radicata in alcuni settori e degna del massimo rispetto).

Una quarta e ultima versione, forse quella che ha più esitazioni ad uscire allo scoperto perché teme di essere tacciata di viltà, ritiene che Putin sia davvero un tremendo pericolo, però preferisce sottomettersi anziché combattere: è la versione aggiornata dello slogan che gridavano i pacifisti tedeschi negli anni Settanta, “meglio rossi che morti” (oggi “meglio russi che morti”).

In questa situazione dovremmo dire: per fortuna esiste Donald Trump… Sì, la possibilità di una sua rielezione, e il rischio che una volta tornato alla Casa Bianca lui decida di uscire dalla Nato o comunque di ridurre l’impegno di difesa Usa verso il Vecchio continente, costringe gli europei ad affrontare questioni che erano comunque ineludibili. Per inciso: non è detto che con Trump alla Casa Bianca si avveri sul serio lo scenario di un addio americano alla Nato. Sappiamo che Trump ha due anime: una è isolazionista (secondo un’antica e robusta tradizione della destra americana), l’altra è transactional cioè “negoziale”. Se prevale la seconda, The Donald sarà felice di esibire gli aumenti delle spese militari avviati in diversi paesi europei – soprattutto sul fianco Est, inclusa la Germania (ma non in Italia) – e di vantarsi dicendo: ho vinto io, gli europei hanno ceduto, hanno fatto proprio quello che esigevo. Canterà vittoria, se ne attribuirà tutto il merito, e alla fine potrebbe perfino aumentare l’impegno Usa (esiste ad esempio un’ipotesi di rafforzamento dell’ombrello nucleare sulla Polonia).

Ma il punto non è questo. Non è Trump, non è l’uscita dell’America dalla Nato. Il fatto è che la garanzia americana per la sicurezza dell’Europa sarà destinata a indebolirsi comunque, chiunque vinca le elezioni di questo novembre o quelle successive. Ci sono almeno tre solide ragioni dietro questa previsione.
Primo: l’America ha un problema di sostenibilità del suo debito pubblico che prima o poi la costringerà a tagliare delle spese; non è detto che la sua spesa militare sia la prima ad essere sacrificata, ma non è neppure verosimile che la spesa americana dedicata a difendere l’Europa sia un capitolo di bilancio inviolabile.
Secondo: l’isolazionismo nell’opinione pubblica americana è popolare sia a destra sia a sinistra e a prescindere da Trump; per esempio tra i giovani di sinistra ogni intervento militare all’estero è considerato sostanzialmente criminale; questo fra l’altro sta provocando problemi di reclutamento alle stesse forze armate americane.
Terzo: negli scenari futuri dobbiamo includere la possibilità che si apra un “terzo fronte” in Estremo Oriente, che assorbirebbe gran parte delle risorse americane e lascerebbe ancor più scoperta l’Europa.

Perciò ribadisco: ben venga lo “choc Trump” se costringe finalmente gli europei ad aprire gli occhi (ma non è detto che basti, come spiegherò in seguito).

Un accenno su Xi Jinping. Stiamo vivendo una fase di bonaccia, e godiamocela. Da quando si è tenuto il summit di San Francisco tra Biden e Xi nel novembre scorso, come era logico il leader cinese ha messo la sordina alla diplomazia del “guerriero lupo”, ha abbassato i toni. Ha vari problemi da risolvere, cominciando dalla debolezza della sua economia; questo lo spinge a ricercare il massimo di sbocchi all’export in Occidente. In questa fase non gli conviene il muro contro muro con l’America. Ma è solo una tregua e comunque perfino in questa pausa la Cina sta moltiplicando atti aggressivi nei confronti di un alleato strategico dell’America, le Filippine. Nessuno deve illudersi che la Cina sia diventata inoffensiva. Prima o poi il suo espansionismo entrerà in rotta di collisione con interessi vitali degli Stati Uniti nel Pacifico.

Un accenno su Putin. A 25 mesi dall’invasione dell’Ucraina una lezione che lui può trarne è questa: l’aggressione paga. In quanto all’Occidente, se vogliamo trarne una lezione noi, propongo questa: la deterrenza per funzionare deve essere credibile. Putin ha intuito le nostre incertezze e fragilità, dietro la facciata di coesione e di sostegno a Kiev. Non pretendo che gli europei abbraccino la lettura più negativa su Putin e sulla Russia. Ma anche se vogliamo esplorare con la massima duttilità diplomatica ogni via di pace con Mosca (e a costo di sacrifici per l’Ucraina), questa dovrà essere una pace armata, altrimenti sarà una pace precaria ed effimera. Se non vogliamo che dopo la guerra in Ucraina ce ne sia una nel Baltico, e una nei Balcani (sì, la Serbia è molto vicina all’Italia e la Russia di Putin abbraccia il “panslavismo”), allora nel costruire la pace bisogna anche dotarsi di potenti e credibili barriere anti-aggressore. Quando voi sentite che nel quartiere si moltiplicano i furti di appartamento, investite in una porta blindata o no?

Tradotto in soldoni, la conseguenza di quanto ho scritto più sopra sull’ineluttabile declino della protezione Usa è che dobbiamo spostare l’obiettivo di spesa militare verso il 3% del Pil. Oggi l’Italia non realizza neppure la promessa del 2%, è molto al di sotto. Ma nessuno all’interno del paese critica per questo il governo Meloni. Anzi, se l’Italia continua a disattendere le promesse fatte in sede Nato sull’aumento al 2% è perché c’è una tacita sintonia tra classe politica e cittadini sul fatto che le spese militari non sono una priorità (o peggio, sono demoniache).

Torno alla questione iniziale: perché non sta avvenendo una discussione seria sulla difesa europea? Perché manca la volontà politica. Con la parziale e recente eccezione di Emmanuel Macron non ci sono leader che vogliano “forzare la mano” ai propri elettori, costringerli ad aprire gli occhi su verità scomode, e di conseguenza affrontare scelte dolorose. Dietro questa latitanza dei leader, dietro la parallela incoscienza delle opinioni pubbliche, si possono individuare vari fenomeni politici e culturali, correnti di pensiero variegate.

C’è un partito “pro-Putin”, anzi ce ne sono molti. Lasciamo pure da parte i venduti, che non mancano. La corruzione però non spiega l’ampiezza di questo partito “pro-Putin”, che ha troppa forza per spiegarsi solo con dietrologie e trame occulte. C’è chi ama Putin per i valori che rappresenta. C’è chi sta con Mosca perché odia l’America, per principio e da sempre. C’è chi teme Putin ma pensa, come ricordavo sopra a proposito degli anni Settanta, "meglio russi che morti”. Infine c’è il partito di papa Francesco, secondo cui le guerre scoppiano perché dietro ci sono i mercanti di armi. La pensava così anche un grande drammaturgo comunista, Bertolt Brecht.

Ci sono ampie prove storiche che questo teorema sia errato. Le ideologie – per esempio l’islamismo jihadista, o il nazionalismo revanscista e paranoico di Putin così come quello di Hitler – sono molto più potenti nel generare le guerre, che non i fabbricanti e mercanti di armi. I crociati cristiani andavano a fare la guerra in Terra Santa senza avere dietro di sé la lobby della Lockheed Martin. Ma con tutte queste posizioni bisogna fare i conti, perché sono radicate e diffuse. Vanno affrontate a viso aperto, in modo esplicito, senza accuse di malafede. Di sicuro non sono in malafede papa Francesco e il mondo del pacifismo cattolico.

Solo una volta che si sia rafforzata la consapevolezza che il pericolo è reale, e che il modo migliore per evitare una guerra è opporre una difesa forte e credibile all’aggressore, allora si potrà passare al compito successivo. Sorretti dalla volontà politica, bisognerà mettere a punto una road-map, un itinerario preciso, per costruire una difesa europea che oggi è minuscola e totalmente dipendente dalla guida americana: la questione del comando integrato, l’integrazione delle industrie nazionali, la standardizzazione degli armamenti.

In fondo a questo percorso bisognerà affrontare pure la questione nucleare con Francia e Regno Unito. Ma prima bisogna avere affrontato il lavoro fondamentale con le opinioni pubbliche e i leader politici. Altrimenti si gira a vuoto e questi temi drammatici restano confinati in un circuito chiuso fra poche élite.

Una considerazione finale la dedicherei al mondo della scuola: sarebbe utile se insegnasse che servire il Paese in divisa è una cosa nobile. Non lo dico io. Sta scritto nella Costituzione. Articolo 52: «La difesa della patria è sacro dovere del cittadino». Chi trasmette messaggi di segno contrario, si oppone alla Costituzione repubblicana e antifascista.

8 aprile 2024, 15:59 - modifica il 8 aprile 2024 | 16:00

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