Commentary on Political Economy

Monday 6 May 2024

 

La soglia di allarme

La soglia di allarme
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Il conflitto tra Russia e Ucraina. Le posizioni di Francia e Inghilterra e la minaccia dell'escalation nucleare di Putin

Due sortite maggiori hanno risvegliato il dibattito, fin troppo a lungo sopito, sulla guerra in Ucraina. Emmanuel Macron è tornato a prospettare l’invio diretto di soldati ove le truppe di Mosca sfondassero il fronte marciando verso Kiev: evento tutt’altro che improbabileDavid Cameron ha spiegato di giudicare lecito che gli ucraini usino armi fornite da Londra per colpire il territorio russo. Parole europee così forti e concomitanti non s’erano forse mai sentite dall’inizio dell’aggressione del 2022. Hanno sollevato gli alti lai del regime moscovita, alcune ragionevoli preoccupazioni nelle cancellerie e il consueto coro di riprovazione delle nostre anime belle e dei numerosi putiniani di complemento. Del resto, le ultime ore hanno avvicinato la soglia d’allarme.

Proprio mentre Macron riceveva la visita del leader cinese Xi Jinping (unico precario canale di dialogo), Putin ha ordinato, in risposta alle sue dichiarazioni, esercitazioni nucleari tattiche al confine con l’Ucraina. E il Financial Times ci ha messo in guardia su possibili (perfino cruente) azioni di sabotaggio russe contro infrastrutture europee. Sicché le frasi del presidente francese e del ministro degli Esteri britannico devono a questo punto indurci a una lettura sinottica carica, sì, di apprensione: ma per motivi alquanto diversi da quelli emersi nella maggioranza dei commenti, anche in quelli più condivisibili (certo, si alza la tensione).

Vi si coglie il segno che il confronto, impari sin dall’inizio tra resistenti e aggressori, sta scivolando su un piano inclinato difficile da raddrizzare. Per più di due anni gli ucraini hanno retto con molto coraggio (il loro) e poche armi (le nostre, centellinate tra furiose polemiche). Per ogni colpo sparato da Kiev, Mosca ne ha sparati dieci. Le sanzioni sono state aggirate. Ha fatto il resto la nuova insorgenza del trumpismo, che ha paralizzato il Congresso americano fino al «lodo» con il quale lo speaker Mike Johnson ha sbloccato i 61 miliardi di dollari di aiuti all’Ucraina: troppo tardi, probabilmente. Si aprono varchi nelle trincee del Donetsk. Si attende un’offensiva estiva russa a fronte della quale le parole di Macron vanno lette come la verità gridata dal bambino nella fiaba di Andersen: il Re è nudo! Alla fine, il presidente francese dice in modo provocatorio ciò che tutti sappiamo e fingiamo di non sapere: cosa dovremmo fare noi, Nato e Unione europea, una volta che i carri di Mosca arrivassero a Kiev? Nulla? E, pure se noi facessimo finta di niente, così abdicando a qualsiasi credibilità e senso di umana giustizia, quanto ci metterebbe Putin per ingolosirsi del boccone successivo?

Se lo è chiesto sul Messaggero un ministro pur prudente come Guido Crosetto, concludendo che Putin ha in mente un ordine internazionale in cui chi è più forte si prende le altre nazioni.
Il generale ucraino Vadym Skibitsky preconizza che allo zar basterebbe una settimana per sottomettere i Paesi baltici mentre il tempo di reazione della Nato sarebbe più lungo. In realtà la Nato già sta ammassando truppe a Est, ma l’ipotesi di un attacco a Estonia, Lettonia o Lituania è nelle cose. Così come lo è la totale inaffidabilità di Putin. Macron ne ha fatto le spese, quando il dittatore russo lo ha gabbato, negando un’invasione dell’Ucraina ormai a poche ore dall’inizio. Ora, parlando all’Economist da leader europeo, il presidente francese spiega che la nostra sicurezza verrebbe spazzata via se Putin prevalesse. La diplomazia con Mosca è del resto pura chimera: per capirlo, si rileggano le ultime proposizioni del patriarca Kirill, il Rasputin del putinismo, sul Russkij Mir, lo spazio vitale russo, la «guerra santa» e «l’Occidente satanista».

Che proprio gli anglofrancesi, infelici protagonisti dell’appeasement che spianò la strada a Hitler nel 1938, diano voce all’Europa di fronte a una nuova minaccia totalitaria può inscriversi negli ammaestramenti della storia. Di certo la partita europea prima e dopo le elezioni di giugno si giocherà su questo tavolo (oltre che su quello economico). L’Italia si presenta con la consueta trasversale creatività. La maggioranza di governo, retta dall’atlantismo di Giorgia Meloni, annovera un putiniano pentito a giorni alterni: Salvini sostiene di avere chiuso con il suo mito Vladimir dall’aggressione all’Ucraina ma ha fatto appello ai medici e ai giudici del dittatore per spiegarci come diavolo sia morto Navalny e ha applaudito alle ultime elezioni farsa imbandite da Mosca. L’opposizione annovera del resto uno stuolo di possibili europarlamentari che vorrebbero mollare l’Ucraina prima di subito, quelli che Sartori chiamava «ciecopacifisti» e ai quali Vittorio Parsi rammenta come non basti «non volere nemici per non averne». Per sgradevole che sia, la categoria del nemico esiste da quando esiste l’uomo e forse sarebbe il caso di ascoltare i nostri militari, i quali ci mettono in guardia sulla «deterrenza zero» che il Paese sarebbe in grado di mostrare con la sue scarse spese per la difesa. Mancando di carri armati, soldati e munizioni, sarebbe forse saggio non essere troppo tranchant con chi, come Macron o Cameron, potrebbe darci una bella mano nelle avversità. Ricordando che certo una scuola è sempre da preferire a un cannone. Ma, come l’Ucraina insegna, chi non ha cannoni per difenderla dai tiranni, perde anche la scuola.




6 mag 2024 | 21:53

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