Commentary on Political Economy

Sunday 12 May 2024

 

Perché gli Usa superano la Cina negli scambi con Berlino? La scommessa (azzardata) di Xi contro di noi

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La notizia è che gli Usa hanno scalzato la Cina da una posizione che aveva occupato per molti anni: 63 miliardi, il valore di import-export tra Washington e Berlino 

Un assaggio della "nuova globalizzazione" che verrà

La notizia è clamorosa, se la tendenza dovesse confermarsi e prolungarsi può segnare una pietra miliare nell’avanzata della “nuova globalizzazione”, quella che privilegia i legami economici tra paesi geopoliticamente affini e alleati.  Vedi anche il termine friendly-shoring o rilocalizzazione in aree amiche. 

La notizia è questa: gli Stati Uniti nel primo trimestre di quest’anno sono diventati il primo partner commerciale della Germania, scalzando la Cina da una posizione che aveva occupato per molti anni. Si tratta solo di un trimestre, certo, però questo sorpasso simbolico ha delle buone ragioni per essere interpretato come una svolta. Ha delle cause strutturali. Il modello tedesco affronta una revisione che ha implicazioni per tutta l’Europa. 

La Cina paga un sodalizio con la Russia che non è tutto rose e fiori. L’America rinsalda una comunità transatlantica che ha solidi fondamenti materiali, tali da sopravvivere “perfino” a una presidenza Trump.

Il dato preciso eccolo qui: dal primo gennaio al 31 marzo di quest’anno l’import-export (la somma di acquisti e vendite) fra Stati Uniti e Germania ha raggiunto un valore di 63 miliardi di euro mentre quello fra Cina e Germania si è fermato poco sotto i 60 miliardi di euro. Tra i fattori che hanno contribuito a gonfiare l’interscambio transatlantico e a sgonfiare quello sino-tedesco, alcuni sono congiunturali, legati alle dinamiche dei prezzi e alle oscillazioni della domanda. 

Pesa senza dubbio la divaricazione dei tassi di cambio: il primo trimestre del 2024 è stato un periodo di dollaro forte e di renminbi debole, questo ha contribuito a rivalutare le merci americane e svalutare quelle cinesi. Inoltre la Cina ha dato di nuovo dei segnali di deflazione, ha praticato vendite sottocosto in alcuni settori, deprimendo ulteriormente il valore delle sue esportazioni. All’interno del paese la dinamica dei consumi è stagnante quindi i cinesi comprano meno prodotti stranieri. 

In crisi il rapporto privilegiato Berlino-Pechino

Sia pure tenendo conto di questi fattori, che possono essere stagionali, passeggeri e reversibili, si confermano però delle tendenze più strutturali

Per decenni, dalla fine degli anni Novanta, la Germania aveva puntato molto sullo sbocco nel mercato cinese. Le tecnologie made in Germany avevano successo nella Repubblica Popolare a tanti livelli: dai consumatori alle autorità di governo. 

Dai miei anni di vita in Cina (2004-2009) ricordo le autostrade urbane di Pechino e Shanghai intasate di Mercedes, Audi, Bmw e Volkswagen. Ricordo il primo treno ad alta velocità comprato dalla municipalità di Shanghai per collegare l’aeroporto a Pudong: era un treno tedesco, della Siemens. I miei sono due frammenti di ricordi di un mondo ormai scomparso. Oggi l’invasione delle auto tedesche in Cina si è rovesciata nel suo contrario, sono le marche di auto elettriche cinesi a invadere il mercato tedesco. In quanto al treno: i cinesi prima hanno copiato la tecnologia Siemens e poi la loro alta velocità se la sono fabbricata in casa, oggi hanno la rete Tav più vasta del mondo, ma è tutta di produzione nazionale. 

A lungo la Cina era stata il più grosso partner commerciale della Germania, e non solo: comprava più di quanto vendesse. Solitaria eccezione fra le grandi economie occidentali, la Germania per quasi vent’anni è stata capace di avere una bilancia commerciale attiva con Pechino. 

Il modello economico su cui si basava il “secondo miracolo tedesco”, dalla metà degli anni Novanta fino al 2022, si basava su due fattori: “gas russo a buon mercato, e mercato cinese spalancato”. Il primo è sparito con l’invasione dell’Ucraina, il secondo sta chiudendosi. La Germania deve reinventarsi, deve trovare nuovi motori trainanti per la sua crescita, e questa operazione non è facile. Però su una cosa può contare: il mercato nordamericano non ha mai smesso di essere ricettivo per il made in Germany.

"Made in China 2025", l'allarme fu sottovalutato

La Confindustria tedesca per la verità avrebbe dovuto prevedere questa svolta. Ormai dieci anni fa, Pechino lanciò un piano battezzato “Made in China 2025”. Era un complesso programma di politiche industriali, che non fu studiato abbastanza o non fu preso sul serio in Occidente. Era un elenco di settori a tecnologia avanzata nei quali la Repubblica Popolare voleva diventare autonoma, liberarsi da ogni dipendenza verso l’Occidente, e conquistare una leadership mondiale. C’erano anche (in parte) indicati i mezzi, gli strumenti, le politiche con cui voleva raggiungere l’obiettivo. 

Tra le vittime designate di quel piano c’era la tecnologia tedesca. Alcuni in Germania lo capirono, la stessa Confindustria tedesca cominciò a correggere in senso un po’ più critico e pessimista le sue analisi sulla Cina. Prevalse però la continuità, e l’illusione che la Repubblica Popolare avrebbe continuato a rappresentare un Eldorado per il “made in Germany”. Solo negli ultimi tre o quattro anni, sotto il duplice shock della pandemia e dell’invasione russa in Ucraina, il clima tra gli imprenditori tedeschi è veramente cambiato. 

Il cancelliere socialdemocratico Olaf Scholz è “l’ultimo filo-cinese” o quasi. Un po’ come il suo compagno di partito Gerhard Schroeder continua ad essere un putiniano di ferro, così Scholz ha contribuito a spalancare le porte a investimenti cinesi importanti come quello nel porto di Amburgo. Ormai però pure Scholz è costretto a prendere atto del cambiamento di clima. Il via libera del suo governo è stato decisivo perché la Commissione europea avviasse una serie di indagini sulla concorrenza sleale cinese (aiuti di Stato) in molti settori. 

Anche Bruxelles prepara il protezionismo

Quelle indagini possono sfociare in misure di ritorsione come i dazi. Un tempo la Germania si sarebbe opposta, ora non più. Un recente sondaggio dell’istituto economico Ifo tra le aziende tedesche, per misurare quante di loro si considerano in qualche modo dipendenti dalla Cina, ha visto scendere le risposte affermative di quasi dieci punti in un biennio, dal 46% nel febbraio 2022 al 37% nel febbraio di quest’anno. 

Non è il caso di parlare di un divorzio, peraltro gli stessi americani hanno dismesso da tempo (su richiesta di Pechino) il termine “decoupling” che la segretaria al Tesoro Janet Yellen aveva lanciato un paio d’anni fa. Sono ancora troppi i settori in cui la Cina è indispensabile, all’Europa come agli Stati Uniti. Per rendersi meno dipendenti, americani ed europei dovrebbero adottare a loro volta un vasto programma simile al “Made in China 2025” e poi applicarlo con tenacia e diligenza per almeno un decennio. Il rilancio di politiche industriali sulle due sponde dell’Atlantico è agli inizi; in America le sovvenzioni per reindustrializzare il paese sono partite prima che in Europa e sono più generose, tuttavia la strada da percorrere è lunga. 

Quello che è realistico aspettarsi è un aggiustamento parziale e graduale. Le mappe della nuova globalizzazione non saranno radicalmente diverse da quelle della globalizzazione precedente, i legami con la Cina non verranno recisi, non ci saranno strappi brutali, però avremo dei riequilibri e aggiustamenti in molti settori.

Di cosa è fatto l'asse transatlantico

L’America torna ad essere il mercato extra-Ue più importante per i tedeschi, sia perché malgrado tutto è sempre rimasta un mercato più aperto e meno protezionista della Cina. Sia perché con la guerra in Ucraina ha dovuto sostituire il gas russo con il proprio: l'America è diventata la più grande esportatrice di gas naturale liquefatto. La partita energetica contribuisce a incrementare l’interscambio fra Stati Uniti e Germania. 

Per certi aspetti l’America non aveva mai smesso di essere il partner numero uno. L’eccessiva attenzione dedicata all’interscambio di merci ci aveva fatto dimenticare che la comunità transatlantica non è fatta solo di commercio in prodotti fisici: se si include l’accumulazione di investimenti che per decenni le imprese tedesche hanno fatto in America e quelle statunitensi hanno fatto in Germania, il patrimonio di capitali che hanno scommesso sul legame transatlantico è impareggiabile. Più i legami nei settori di servizi, gli scambi culturali, universitari, nel campo della ricerca. Sorvolo di proposito sull'aspetto valoriale (la condivisione di sistemi politici democratici) perché qui mi basta sottolineare che l'economia ci lega ancor più di quanto crediamo. 

Quest’analisi si applica non solo al rapporto bilaterale Usa-Germania. Vale per l’Italia e per gli altri paesi europei. La bilancia commerciale italiana, assai più di quella tedesca, è sempre rimasta orientata verso l’Atlantico più che verso l’Estremo Oriente. In questo senso ci vuol altro che un Donald Trump alla Casa Bianca per distruggere la comunità transatlantica, che non è fatta solo di trattati e di contratti, pezzi di carta che un contraente può stracciare o aggirare. C’è una storia spessa che risale alla fine della seconda guerra mondiale e non si cancella d’un tratto. 

La scommessa azzardata di Xi contro di noi

Invece i rapporti con la Cina sono diventati importanti solo nell’ultimo ventennio. E questi rapporti sono stati messi a repentaglio da Xi Jinping quando ha optato per una “amicizia illimitata” con Putin dichiarandola urbi et orbi nel febbraio 2022. Xi è convinto che l’Occidente sia in declino. Può anche darsi che sia vero. A furia di dircelo in faccia, però, ha ottenuto una reazione inevitabile: perfino i cauti e pragmatici imprenditori tedeschi cominciano a progettare un futuro in cui ci sarà meno Cina per loro. Xi nel suo ultimo viaggio europeo ha fatto quel che fa da sempre: ha cercato di seminare zizzania nel rapporto transatlantico, ha scelto di visitare sistematicamente i paesi meno filo-americani. Nonostante tutte le incertezze legate all’elezione presidenziale Usa del 5 novembre, il vento che soffia a Bruxelles e Berlino è quello di un neo-protezionismo “verde” che alla Cina farà del male (anche se non sappiamo ancora quanto male, esattamente). Vedremo se a lungo termine Xi ci ha guadagnato, puntando sul declino dell’Occidente, sull’asse con Mosca e con il Grande Sud globale. Da vent’anni la prosperità cinese era dovuta all’accesso illimitato ai nostri mercati.

12 maggio 2024, 17:21 - Aggiornata il 12 maggio 2024 , 23:05

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