Commentary on Political Economy

Saturday, 2 September 2023

 

Ora l’America batte la Cina: ecco i perché del «sorpasso alla rovescia»

In questa stagione al Forum Ambrosetti di Cernobbio un pezzo di classe dirigente italiana e globale s’interroga sullo stato del mondo. Ci sono anch’io ed eccovi, in sintesi, alcune osservazioni dal mio taccuino di appunti mentre seguo i dibattiti.

Tra i momenti divertenti, quando un esperto cinese per descrivere l’epoca in cui viviamo ha scelto di citare il filosofo marxista italiano Antonio Gramsciil vecchio mondo sta morendo, quello nuovo stenta a nascere. Tra le sorprese la più grossa in assoluto è il sorpasso alla rovescia America-Cina: alla fine di quest’anno la crescita del Pil Usa potrebbe essere addirittura doppia rispetto a quella della Repubblica Popolare. Ennesimo errore della comunità degli economisti, che un anno fa prevedevano l’esatto contrario. L’Europa purtroppo è a metà strada, sull’orlo della stagflazione, soprattutto per effetto delle difficoltà tedesche. Tornerò più avanti sul bilancio della gara America-Cina. Tra i protagonisti, in primo piano nell’edizione di quest’anno del Forum Ambrosetti a Cernobbio c’è l’Arabia saudita. Ho scritto più volte sul rilancio di questo paese come potenza regionale. Sulle rive del lago di Como ho verificato che molti imprenditori e top manager italiani vivono una «luna di miele» con Riad, o comunque sono attratti da questo esperimento di replica del «modello Dubai» su scala ben più vasta.

La crescita del Pil Usa al 5-6 per cento. E quello della Cina?

Un anno fa a quest’epoca l’America sembrava condannata a sprofondare nella recessione. La Cina appariva più forte che mai. In dodici mesi il verdetto si è capovolto. Le stime più diffuse vedono un’economia statunitense proiettata verso una crescita formidabile, forse tra il 5 e il 6% di aumento del Pil. La Cina fatica a raggiungere la metà di quel risultato. In America si allunga la serie positiva dei dati sull’occupazione: ieri è uscito il numero delle nuove assunzioni nette per il mese di agosto, a quota +187.000. La disoccupazione è il 3,8% della forza lavoro americana. Il volume di lavoro creato di mese in mese sta rallentando, ma anche questa è una buona notizia perché si evita un surriscaldamento dei salari e forse la Federal Reserve non dovrà eccedere con i rialzi dei tassi. Il «soft landing» o atterraggio morbido dall’inflazione sembra alla portata di Washington.

Invece Pechino ha deciso di non pubblicare più le statistiche negative che imbarazzano il regime (il 21% di disoccupazione giovanile era diventato una sorta di vergogna nazionale). La Repubblica Popolare non solo non ha un problema di inflazione ma soffre di deflazione, sintomo di debolezza della domanda. I cinesi consumano troppo poco e le loro imprese investono meno che in passato. Le esportazioni non sono brillanti. Gli investimenti esteri sono in ritirata. La relazione tra le due superpotenze è fatta di rapporti di forze. Questi hanno imboccato una strada imprevista.

L’assenza di Xi Jinping dal prossimo G 20

Può essere la ragione per cui Xi Jinping «salterà» l’incontro con Joe Biden, atteso per la settimana prossima al G-20 in India? La decisione del presidente cinese di disertare quel summit sorprende. Dalla Casa Bianca trapela disappunto. Dopotutto, l’Amministrazione Biden ha moltiplicato gli sforzi negli ultimi mesi per riallacciare un dialogo con la Repubblica Popolare, dopo il gelo seguito all’incidente del pallone-spia. In poche settimane si sono susseguite le visite a Pechino di quattro alti esponenti dell’esecutivo Usa (Blinken Yellen Kerry Raimondo) responsabili per Esteri, Tesoro, Ambiente e Commercio. Washington vuole rassicurare i cinesi e anche gli europei sul fatto che un «divorzio» tra le due maggiori economie del pianeta non è in agenda; non sarebbe realistico visto che la Repubblica Popolare si è costruita in trent’anni un ruolo di fabbrica del pianeta tale per cui la sua capacità industriale supera America Giappone e Germania messi assieme. Al tempo stesso, la segretaria al Commercio Gina Raimondo ha messo in guardia Xi sul fatto che le sue politiche allontanano le aziende straniere. La Cina, ha dichiarato, sta diventando un paese «in-investibile». L’ossessione sulla sicurezza nazionale, ben più paranoica in Cina che in America, fa sì che in base a nuove leggi di polizia un’impresa straniera che fa indagini di mercato o sui propri concorrenti locali può essere accusata di spionaggio, con quel che ne consegue per i suoi manager.

Quel che non capimmo della ricetta cinese nel 2008

Il nazionalismo estremo di Xi, la sua ostilità verso l’Occidente, sono solo un fattore dietro la frenata della crescita cinese. È giunto il momento di rivedere una teoria che ebbe ampia influenza anche in Occidente: secondo cui il «modello cinese» uscì vincitore dalla grande crisi finanziaria del 2008. È vero, dopo che il crac dei mutui subprime e il crollo di Wall Street trascinarono l’Occidente nella recessione, la Repubblica Popolare fu l’unica grande economia a uscirne indenne. L’exploit fu il frutto di massicci piani di spesa pubblica. Il loro successo fu celebrato come la rivincita del socialismo, di un sistema imperniato sul ruolo dello Stato come regista supremo dell’economia.

In realtà quello fu l’inizio dei problemi cinesi. La maxi-spesa pubblica finanziò cattedrali nel deserto, infrastrutture superflue, nuove città disabitate, sprechi e investimenti improduttivi, bolle speculative come nell’edilizia. Oggi il settore immobiliare cinese ha un milione di appartamenti invenduti. Inoltre l’apparente trionfo dello statalismo cinese post-2008 spianò la strada a Xi Jinping e alla sua riabilitazione dell’ideologia marxista. Dalla sua ascesa al potere nel 2012 Xi ha preso le distanze dall’economia di mercato, ha teorizzato una società più egualitaria, ha attaccato i suoi gruppi capitalistici privati a cominciare da Big Tech. Tutto ciò che sa di Occidente non gli piace: dal consumismo fino al nostro Welfare (sì, anche l’assistenzialismo per lui è una stortura capitalistica). Inseguendo l’ideale di una crescita economica equa e moralmente sana secondo i canoni marxisti, Xi ha moltiplicato gli ostacoli all’imprenditorialità privata. Il copione è noto perché è il filo rosso che unisce la storia di tutti i comunismi reali: anziché migliorare il benessere dei poveri, Xi ha castigato i ceti medioalti. Ma abbassare i benestanti non è mai stata una ricetta efficace per innalzare i meno abbienti. Ora Pechino per divincolarsi dalla trappola della deflazione potrebbe rilanciare la ricetta del 2008, tornando a pompare sulla spesa pubblica? E’ arduo, perché dovrebbe contraddire uno degli obiettivi proclamati da Xi, che è di sgonfiare le bolle speculative ed evitare nuovi debiti.

Intelligenza artificiale, un’altra rivincita Usa

In quanto al sorpasso Usa-Cina, secondo uno dei massimi esperti mondiali di intelligenza artificiale esso si sta verificando anche nel campo della «intelligenza generativa» con esempi come ChatGPT. Non era scontato. Ancora cinque anni fa molti si aspettavano l’esatto contrario, un’irresistibile avanzata cinese in questi campi. Forse possiamo aggiungere anche questo al bilancio passivo di Xi: la sua stretta punitiva contro Big Tech coincide con una fase in cui i balzi in avanti dell’intelligenza artificiale avvengono in prevalenza grazie agli investimenti dei giganti della West Coast Usa, come Google e Microsoft. Qui il settore privato domina. L’asticella minima per l’accesso a queste nuove tecnologie sta innalzandosi a un tale livello che perfino delle università americane di eccellenza come il MIT non ce la fanno a star dietro ai big del capitalismo. In Cina però i big del capitalismo sono stati demonizzati e messi in castigo da Xi. È facile decretare che quanto sta accadendo segna un trionfo del capitalismo privato (americano) contro il dirigismo statalista (cinese). L’analisi va un po’ sfumata perché dietro il rilancio della crescita Usa c’è anche tanta spesa pubblica, in particolare la riscoperta della politica industriale a base di sussidi statali: Inflation Reduction Act e Chips Act sono fra le due manovre dell’esecutivo Biden che contribuiscono a convogliare risorse verso la reindustrializzazione dei microchip e nelle tecnologie della sostenibilità.

La rivalità con l’India

Il bilancio del «modello cinese» è comunque deludente: una crescita che rischia di sfigurare rispetto a quella americana, e ancor più nei confronti dell’India, altro paese che sotto il governo di Narendra Modi si affida al capitalismo privato più che allo statalismo. Una possibile spiegazione per l’assenza di Xi dal prossimo G-20 forse è proprio questa. In quel summit si troverebbe al cospetto di due giganti che stanno facendo meglio di lui. L’India, rivale storica, diventa una mèta alternativa (almeno parzialmente) per gli investimenti delle multinazionali occidentali. Xi si vanta di aver esteso e consolidato la propria influenza nel Grande Sud globale. L’allargamento dei Brics – il club delle nazioni emergenti – in chiave antioccidentale è senza dubbio un successo della diplomazia cinese. Ma nel confronto diretto con Stati Uniti e India il modello cinese ha perso un po’ del suo glamour.

La Cina conquista il Sud, ma non Giappone e Corea

Anche sul terreno strategico, il bilancio di Xi è più problematico di quanto lo presenti la sua propaganda. Mentre Xi riusciva a cooptare nel club dei Brics dei paesi ostili all’America come l’Iran, Biden ospitava a Camp David il premier giapponese e il presidente sudcoreano, inaugurando un nuovo «triangolo della sicurezza» per contenere l’espansionismo cinese. Un paradosso della geopolitica è questo: s’innamorano tanto più del modello cinese quei leader che ne sono ben distanti, come Lula in Brasile e Ramaphosa in Sudafrica. Quelli che invece stanno nel «cortile di casa» della Cina, e lì subiscono gli sconfinamenti continui dei caccia e delle navi dell’Esercito Popolare di Liberazione, vedono nell’America la propria polizza vita.

Gli Anni Sessanta insegnano. Ma cosa?

Fotografare le battute d’arresto nell’ascesa cinese non autorizza verdetti definitivi. Come un anno fa immaginavamo un mondo diverso e un’America in ginocchio per la recessione, così fra un anno (vigilia di presidenziali Usa) potremmo di nuovo fronteggiare capovolgimenti. L’economia americana scoppia di salute ma la democrazia di quel paese evoca un detto di Mao Zedong: grande è il disordine sotto il cielo. Xi, che ha una moglie cantante, forse crede nel brano dei Rolling Stones: «Time is on my side», il tempo è dalla mia parte. Un acuto analista della politica americana a Cernobbio ha parlato di un’era del caos, alludendo alla possibilità che il risultato delle prossime elezioni sia delegittimato da mezza nazione. Un copione già visto il 6 gennaio 2021 ma non solo in quel caso. L’assalto dei trumpiani al Campidoglio resta nella memoria come una pagina orrenda nella storia della più antica liberaldemocrazia; fu preparata però dalla parte opposta perché molti democratici Usa non accettarono né la vittoria di George W. Bush contro Al Gore nel 2000 né il bis contro John Kerry nel 2004. Tornando ancora più indietro nel tempo il caos regnò nell’America del 1968: tra guerra del Vietnam e terrorismi domestici (Black Panthers e Weathermen, presto dimenticati, furono l’equivalente delle Brigate rosse in Italia). Le guerre valoriali degli anni Sessanta contenevano i germi di tutto ciò che lacera e sconvolge gli Stati Uniti di oggi. Allora l’America ne uscì, ma solo dopo un decennio tormentato: gli anni Settanta del Watergate (caduta di Richard Nixon) e della debolissima presidenza Carter. Solo negli anni Ottanta arrivò un happy ending con Ronald Reagan e la vittoria finale nella guerra fredda contro l’Unione sovietica. Una cosa che risulta incomprensibile a dittatori e autocrati, è che le democrazie sono intrinsecamente instabili, passano da un equilibrio precario ad un altro equilibrio precario con transizioni turbolente. Ma per lo più sopravvivono. Le autocrazie (che proiettano sempre un’immagine di solidità e stabilità) non si piegano ma alla fine si spezzano. Vale per la storia politica l’avvertimento che accompagna la vendita di prodotti finanziari: la performance passata non garantisce i rendimenti futuri. La democrazia è quello che ne facciamo noi. Gli americani, dell’una e dell’altra fazione, per ora sembrano molto più interessati a demolirne le basi che non a ricostruirla. Xi spera di poter far suo il ghigno di Mick Jagger. L’altro brano classico dei Rolling Stones che si adatta a questi tempi? È «simpatia per il diavolo»…

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