Wednesday, 16 September 2020

GLOBAL BARBARISM

 

La linea di separazione
tra civiltà e barbarie

Da vent’anni nel nostro discorso pubblico sulle cose del mondo sono caduti in disuso concetti come «libertà», «diritti umani», «eguaglianza»

di Ernesto Galli della Loggia

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La linea di separazione  tra civiltà e barbarieIllustrazione di Doriano Solinas

In una celebre poesia dell’inizio del secolo scorso Kostantin Kavafis immaginava che la decadente civiltà europea aspettasse con ansia l’arrivo di una nuova forza vitale rappresentata dai «barbari». Ma invano: «…di barbari non ce ne sono più — concludevano i suoi versi — E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi? Era una soluzione quella gente». Kavafis in realtà si sbagliava, come sappiamo. Il Novecento infatti sarebbe stato popolato dai barbari come pochi altri periodi della storia europea. E di certo almeno quei barbari in nessun caso avrebbero rappresentato la soluzione di qualcosa. Oggi ancora i barbari sono intorno a noi. Quasi tra noi. Ma noi, mi sembra, noi italiani in particolare ma certo non solo noi ci rifiutiamo di vederli. Magari non ne attendiamo con ansia l’arrivo, questo no, ma ci culliamo nell’idea che non esistano, facciamo come se non esistessero. I barbari odierni si chiamano Putin, Lukaschenko, Erdogan, Xi Jinping, Assad , Khamenei, Kim Jong-un, Al-Sisi. Governano Stati quasi sempre grandi e potenti, e i loro tratti principali sono il cinismo e la spregiudicatezza con cui si muovono sulla scena internazionale all’unico scopo di allargare il proprio potere o di conservarlo a qualsiasi prezzo. All’interno dei propri Paesi arrestano, deportano, torturano, fanno sparire nel nulla, e non ci pensano un istante ad eliminare chiunque si opponga ai loro voleri. Tutti i mezzi sono buoni: dal campo di concentramento, ai gas asfissianti, ai centri di «rieducazione».

Il despota che governa la Russia ha riesumato con largo impiego perfino il medievale strumento del veleno. Il veleno per gli avversari politici: nel secolo ventunesimo, in Europa... Infine, se torna utile per estendere la propria influenza fuori dai confini, c’è sempre la tecnologia e il denaro. E così si manipolano i sondaggi e la comunicazione elettorale con l’hackeraggio, si pagano a peso d’oro i politici stranieri, si compra il loro voto, il loro tradimento degli interessi nazionali, li si trasforma in marionette guidate dall’estero. L’opinione pubblica occidentale è perlopiù disarmata di fronte ad azioni e fenomeni del genere. La reazione sua e dei suoi governi, pure quando c’è (ma ad esempio alla persecuzione di tipo genocidiaria della Cina ai danni del popolo uiguro, essa è praticamente inesistente) è però una reazione parziale, tardiva, piena di distinguo. Alla fine sempre inadeguata. Tanto è vero che quasi mai consegue un risultato apprezzabile e duraturo.

Ma perché le cose stanno così? Perché questa sostanziale indifferenza che assomiglia spesso a un vero e proprio ottundimento etico-politico? Perché questa costante sottovalutazione della portata di quanto accade, della sua minaccia per i nostri interessi e i nostri valori? Le ragioni sono molte, ma quella che tutte le riassume, la principale, consiste in una forma di clamorosa miopia storica che produce un altrettanto clamoroso autoinganno. I popoli dell’Occidente si credono ancora il centro del mondo. A dispetto delle idee internazionalistico-democratiche che essi perlopiù professano, in realtà nel loro intimo sembrano credere di essere ancora i padroni indiscussi del processo storico, i soli capaci di pensarne i parametri in modo adeguato, e che nulla e nessuno potrà mai scalzarli da questo ruolo. Faticano a rendersi conto dei drammatici cambiamenti intervenuti nei rapporti di potere planetari, delle nuove dipendenze economiche che sempre più li condizionano. Non sono capaci d’intendere le conseguenze potenzialmente drammatiche che comporta la crisi profonda di alcune dimensioni che furono viceversa fondamentali per la loro affermazione storico-mondiale: per dire solo le prime che vengono alla mente, la fede religiosa fondata sul lascito giudaico-cristiano, l’istituto della famiglia, un sistema d’istruzione orientata all’umanesimo nutrito dalla tradizione classica.

Tutte cose da tempo lasciate sostanzialmente in abbandono e con giuliva spensieratezza considerate «superate». Ma la cui perdita ha avuto, tra i tanti altri, l’effetto decisivo di farci credere ormai obsoleto, in certo senso addirittura ridicolo, il concetto etico-politico di barbarie. È accaduto infatti che dalla giusta lezione impartita dall’antropologia — secondo la quale tutte le culture hanno pari ragione e dignità di esistere nella loro enigmatica diversità, sicché non ha senso stilare gerarchie e parlare di «civiltà» e di «barbarie» — da questa sacrosanta lezione, dicevo, si è giunti a concludere che allora anche tra i valori politici non fosse legittimo istituire alcuna reale linea divisoria tra bene e male. A partire da almeno una ventina d’anni, proprio mentre in tutte le sedi si celebrava ogni giorno il festival mondiale dei «diritti umani», contemporaneamente ma paradossalmente nel nostro discorso pubblico sulle cose del mondo, invece, concetti come «libertà», «diritto», «dispotismo», «violenza», «eguaglianza» cadevano pian piano in disuso, e la distinzione tutta storica e politica tra «civiltà» e «barbarie», risalente all’illuminismo, veniva equiparata più o meno a un cascame ideologico da «guerra fredda». Prima ancora dell’evanescente politica estera europea è l’opinione pubblica euro-occidentale, insomma, che nel suo giudizio a proposito del mondo è caduta in uno stato di atonia, di un sostanziale agnosticismo relativista che dagli omicidi di Stato egiziani o iraniani all’arroganza totalitaria cinese le permette di accettare sostanzialmente tutto, di accettare la barbarie senza fiatare.

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